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Mototurismo e coronavirus: pensare in piccolo

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L’ostracismo subìto dall’Italia in occasione di questo contagio ha rafforzato l’orgoglio nazionale. Quindi, programmiamo il ritorno alla normalità con del sano mototurismo nazionale.

L’isolamento continua. Noi scontiamo la nostra quarantena in casa. Le nostre moto la scontano in garage. Entrambi tristemente bloccati da un’esigenza di salute pubblica che non accetta deroghe alla segregazione. Nemmeno per la ricerca dell’equilibrio psicologico, che è l’obiettivo implicito di ogni progetto di mototurismo. Pazienza, quindi. Con la nostra mente motociclistica costretta a frustranti sgasate in folle. Ma forse c’è qualcosa che possiamo fare. Una soluzione l’avevo prospettata qualche giorno fa e suggeriva di dedicarsi a progettare il grande itinerario che segna la vita, magari quello che si sogna da sempre e non si è avuto mai il coraggio di tradurre in pratica.

Ora che il virus ci sta costringendo a mettere in discussione tutte le nostre certezze, quel coraggio potrebbe venir fuori. Ma c’è da dire che, in questi giorni, l’atteggiamento di chiusura mostrato da tante nazioni nei confronti degli italiani ha tirato fuori la nostra parte migliore. Come popolo siamo sempre stati poco interessati alle sorti comuni. Piuttosto che guardare a quello che fa di noi un corpo unico, abbiamo privilegiato il punto di vista che ci inquadra come un’infinita serie di campanili. Le frontiere chiuse agli italiani, in questi giorni, hanno avuto l’effetto di creare…gli italiani! E quindi inni nazionali ai balconi, tricolori sui monumenti, post sui vari social a ricordare al mondo il contributo italiano alla civiltà occidentale. Contributo non da poco, aggiungerei.

Se si ha voglia di conoscere meglio la nostra bellissima nazione, si può scegliere un itinerario di mototurismo breve ma ricco di attrattive, da compiere in relax.

Tutto questo per dire che ci si potrebbe, legittimamente, sentire invogliati a non finanziare l’economia di chi ci ha chiuso le porte in faccia nel momento del bisogno. Sedotti dalla nostra splendida e variegata terra, per esplorarla senza fretta, lontani dalle grandi direttrici. Magari per trovarsi in agosto soli, al tavolino di un bar sperduto su una provinciale amena, ascoltando le notizie sul traffico che riferiscono di code chilometriche sulle autostrade.

Per una volta, accogliendo il bollettino di guerra con uno scuotimento di testa e un sorriso, prima di prendere un sorso di birra gelata. Per esplorare questa soluzione di mototurismo patriottico, prima che autarchico, proverò a disegnare una serie di itinerari in Sicilia, in grado di offrire vedute, sapori, silenzi. Un giro con poca razionalità e tanta voglia di vita, di relax. Quando il Covid-19 tornerà ad essere uno dei tanti virus anonimi, avremo bisogno di recuperare serenità e ricostruire un modo di vivere che probabilmente non sarà lo stesso di quel che conoscevamo.

Da dove partire per un vagabondaggio siculo fatto con questo stile? Scelgo Messina, mi piace pensare che chi arriva abbia già attraversato lentamente la Calabria, regione bellissima e non abbastanza valorizzata. Ne ho parlato in passatodescrivendo un itinerario spezzato in due parti, ma merita un’analisi ben più approfondita.

Per questo vagabondaggio scegliamo Messina come punto di partenza, la porta naturale della Sicilia quando si arriva dalla penisola.

Messina appare dalla bocca del traghetto, già aperta quando ancora mancano diversi metri dall’attracco. Mettere le ruote sul suolo siculo per me è già essere a casa, anche se mancano ancora 300 km per arrivarci davvero. Distante dal mio paese, diversa…ma è già Sicilia. Usciti dal terminal, in pieno spirito da mototurismo da vagabondi, puntiamo a nord, verso Ganzirri. Teniamo il mare alla nostra destra e seguiamo quella che diventa la SS113dir per costeggiare lo Jonio. Giusto per battezzare lo spirito del nostro giro, attraversiamo nel giro di qualche chilometro le località di Pace, Contemplazione e Paradiso.

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I laghetti di Ganzirri.

Non credo di possa chiedere di più. In provincia di Trapani, dove evidentemente pecchiamo di più, abbiamo Purgatorio. Meglio di niente, è pur sempre una speranza di redenzione. Continuando verso nord, arriviamo prima al lago grande, quello di Ganzirri propriamente detto, mentre quello piccolo, che si trova più avanti, si chiama Lago di Faro. I laghetti sono piccoli ma costituiscono un’importante fonte di biodiversità. Sono collegati al mare per mezzo di canali scavati, intorno al 1830, dagli inglesi. I discorsi astratti, per quanto belli, non segnano le giornate allo stesso modo di quelli concreti. E nel concreto, nel lago di Ganzirri si allevano cozze di eccellente qualità, che si possono assaggiare in uno dei tanti ristoranti che ne punteggiano le rive.

I laghetti di Ganzirri sono una bellezza paesaggistica, ma le cozze che vi si allevano sono un’eccellenza gastronomica.

Si pensa sempre a Messina come la punta nord-orientale estrema della Sicilia, ma questo primato spetta alla frazione di Torre Faro, che ospita l’enorme pilone metallico (in effetti un traliccio), alto 232 metri, che fino al 1994 era la via di transito dell’elettricità fra la Sicilia e il resto d’Italia. Quello che reggeva i cavi dal lato calabrese si trova nei pressi di Santa Trada, fra Villa San Giovanni e Scilla. Si vede bene, sono poco più di 3 km dal pilone isolano.

Oziare in questo estremo lembo di Sicilia è fin troppo facile. Cozze a parte, le belle spiagge offrono sollievo se fa troppo caldo e, se proprio ci si vuole muovere, si prende la moto e si cambia mare. Si doppia Capo Peloro e dallo Jonio si passa al Tirreno. A Villafranca Tirrena la statale perde l’appendice “dir” e diventa 113 tout court. Andiamo verso ovest finché la bellezza del mare non viene nascosta ai nostri occhi da una distesa di serbatoi e ciminiere. Siamo quasi arrivati a Milazzo.

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Capo Milazzo.

Un breve flashback di una quarantina d’anni: quand’ero piccolo, mia nonna mi portava in viaggio in treno. Lei insegnava storia dell’arte ed io ero l’allievo con la guida personale. Giravamo l’Italia in treno e, per andare fuori dalla Sicilia, si passava da Milazzo. Poiché erano treni serali con le cuccette, Milazzo era attraversata dopo il tramonto. Ancora oggi associo il nome del paese con le luci gialle, livide delle raffinerie. Dalla penombra emergevano enormi serbatoi metallici, neri e unti, ciminiere la cui parte più alta incombeva sul treno. Di tanto in tanto, lingue di fuoco si sprigionavano come malumori di draghi in un’aria mefitica.

Milazzo è vittima di un’ingiustizia che si svela in tutta la sua enormità quando si guarda oltre la brutta cicatrice delle raffinerie.

Da adulto ho scoperto l’ingiustizia. Quella del mio giudizio di bambino. E quella perpetrata ai danni di un posto meraviglioso. Superando le raffinerie, infatti, si è sulla riva di un mare stupendamente azzurro nel quale sono disseminate le isole Eolie. Mantenendo il mare sulla destra si arriva alla panoramica, la strada che sale sul costone verso Capo Milazzo ed offre vedute mozzafiato durante un paio di chilometri di percorso stretto e sinuoso.

Cantine Valenti a Castiglione.

Praticamente è come uscire dalla città pur restandoci dentro. Poi ci si trova in un mondo magico. Ville antiche, silenzio, ulivi. Vigneti. Su un declivio che guarda il mare, Planeta produce il Mamertino, un vino citato già da storici di epoca romana e che dal 2004 è protetto da una DOC.

Cantine Patria.

A pochi metri, il santuario di Sant’Antonio, affacciato verso ponente, aggrappato alla roccia, con il suo panorama offre ristoro anche allo spirito di chi non ha fede. Il mare, stupendo, dal 2019 è protetto da una riserva marina.

Il Castello di Milazzo.

Ma Milazzo è anche il suo Castello – o cittadella fortificata -, vasto complesso le cui origini risalgono al Neolitico e che, nei suoi numerosi passaggi di mano, riassume la storia delle dominazioni subìte dalla Sicilia a testimonianza delle sue attrattive e della sua posizione strategica. Arabi, bizantini, svevi, inglesi, austriaci, spagnoli…pensate ad un popolo che è stato in Sicilia e ne troverete traccia nel Castello di Milazzo. Per una sosta dolce, mi piace fermarmi da Nicòtina, sul lungomare. Faccio incetta di eccezionali torroncini e gustosi croccanti di mandorla. Sono prodotti a Santa Lucia del Mela, un borgo a pochi chilometri di distanza, anch’esso carico di storia.

La panoramica di Milazzo.

Le isole Eolie sono un capitolo a parte e molto poco motociclistiche. Lasciamo Milazzo per continuare il nostro vagabondaggio.

Si esce da Milazzo chiedendosi come abbiano potuto scegliere un posto del genere per costruire una raffineria. Ci sarebbe stato bene un lungomare con tavolini a cui sedersi per sorseggiare un calice di vino. Noi proseguiamo verso ovest, ogni tanto guardando le Eolie che elevano sul Tirreno i loro profili caratteristici. Passiamo oltre Barcellona, che evoca la Spagna ma è uno dei tanti paesi siciliani che sono anche altrove (Lucca, Alessandria, Castellammare, e tanti altri). Pochi chilometri di 113 e siamo a Tindari, dove sorge il famosissimo santuario che anche Camilleri ha eternato nel titolo di un suo romanzo: appunto “La gita a Tindari”. In posizione dominante sul ciglio di una rupe, il santuario sembra più un castello. E per ottime ragioni, visto che sorge sulle rovine del castello dell’antica Tyndaris, colonia greca fondata da Siracusa per accogliere i profughi spartani (non è proprio nuova questa storia delle migrazioni…).

Il santuario di Tindari.

Poi arrivarono i bizantini, poi gli arabi, i normanni…vi risparmio la lunga litania che vale per gran parte dei luoghi storici di Sicilia. Luogo che catalizza un culto molto radicato e sentito, il santuario ospita una statua lignea bizantina, risalente agli inizi del IX secolo e raffigurante una Madonna nera. Non manca una leggenda che racconta come la statua impedì la ripartenza della nave che la trasportava, dopo che si era riparata nella baia di Tindari per sfuggire ad una tempesta. Comunque sia andata, la statua è lì ed è meta di pellegrinaggi oltre che accreditata di miracoli in abbondanza.

Sacro e profano sono in perfetto accordo qui, perché immediatamente sotto il promontorio si stende una spiaggia bellissima. La sua forma cambia spesso a seconda delle mareggiate ed è abbellita dalla presenza dei laghetti di Marinello, due lagune salmastre dal colore cangiante, protetti da una riserva naturale. A guardarli da sopra viene voglia di scendere, stendersi sulla sabbia e ripensare, con un sorriso, a quando eravamo prigionieri del virus. Ok, in questo momento lo sono, ma spero che non duri troppo…

Gli occhi si riempiono facilmente ma ogni tanto è il caso di pensare allo stomaco, del resto il piacere di viaggiare è multiforme.

Quando riapriranno i ristoranti, varrebbe la pena di visitarne uno che si trova a pochi km di distanza, nei pressi dello svincolo autostradale di Falcone. Si chiama Officina del Gusto e rende onore al nome della località in cui si trova (GPS 38.107099, 15.081681), cioè Belvedere di Falcone. Lo fa con un terrazzino fornito di sontuosa vista verso Tindari, il santuario ed il mare. Che abbia una cucina interessante basata sul freschissimo pesce della zona, è perlomeno altrettanto importante. Se si è mangiato tanto, niente di meglio che un po’ di curve per digerire. Se invece il ristorante è troppo impegnativo in termini di tempo o d’investimento, si può sempre prendere un buon panino.

Quale che sia il caso, la soluzione è la stessa: andare a cercare la SS185 che, da Terme Vigliatore (indovinate come ci si arriva? Bravissimi, con l’onnipresente 113) sale verso l’Etna per poi scendere verso lo Jonio in corrispondenza di Giardini Naxos e Taormina. Ma non spingiamoci troppo in là. Al momento, con un sorriso indelebile, dato dal tracciato e dall’ottimo fondo della 185, passiamo per la nient’affatto piemontese Novara di Sicilia. Se non abbiamo mangiato, il panino eccellente si trova allo Slainte Pub (GPS 38.015023, 15.129574), insieme ad un notevole assortimento di birre.

La statale 185 si snoda sui monti, disegnando curve strette fra il verde, finché scollina verso lo Jonio, alta sulla valle dell’Alcantara

Continuando a salire, la strada non perde il suo carattere, restando stretta e con splendido tracciato, non veloce ma davvero gustoso. Superata portella Mandrazzi, a 1.125 metri d’altitudine, si scende verso l’ennesima versione siciliana di un paese che è altrove: Francavilla (la nostra è naturalmente “di Sicilia”). Se continuassimo qualche chilometro, troveremmo l’ingresso per visitare le famose e bellissime gole. Ma ci andremo un’altra volta, oggi deviamo sulla SP1 verso Moio Alcantara, quindi proseguiamo verso Passopisciaro. Come detto in passato, siamo nella zona forse più vocata dell’Etna, dal punto di vista vinicolo.

Il consiglio è quello di chiudere il pomeriggio con una visita che includa una degustazione. Ci sono decine di cantine che meritano una sosta, sparse nel raggio di pochissimi chilometri. Sceglietene una e divertitevi a scoprire il carattere dei vini locali. L’Etna bianco DOC, principalmente da uve Carricante. Un vino quasi sempre di notevole acidità, ricco di profumi agrumati, a cui il suolo minerale elargisce note che ricordano i migliori Riesling alsaziani. Oppure il rosso, solitamente un blend di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, dal colore poco carico, ma dai tannini spesso ruvidi, che gli conferiscono un carattere forte.

La nursery dei vini etnei.

Atteso in cantina, matura molto bene e, pur nella grande varietà d’interpretazioni che ne esistono, ha una personalità ben definita. Se non vi va di focalizzarvi su un solo produttore, ma preferite avere una panoramica, le soluzioni non mancano. Una prevede anche una cena interessante (o l’opportunità di una pizza particolare) e si trova a Solicchiata, qualche chilometro ad est sulla SS120. Il locale si chiama Cave Ox (GPS 37.864902, 15.071792) ed è una sosta gustosa che mi sento di consigliare.

La statale 120, da Randazzo in direzione est, è come una strada del vino: punteggiata di cantine e dove trovare cibo a cui abbinare le ottime bottiglie etnee.

Altrimenti ci si può spostare a Randazzo, sempre sulla 120 ma verso ovest. Nel paese abbondano le enoteche dove dedicarsi alla scoperta dei vini del territorio. Ma c’è tanto da vedere anche dal punto di vista architettonico, visto che siamo in un abitato d’origine medioevale, ma che reca tracce di tante civiltà precedenti. Naturalisticamente, ci troviamo a 750 metri d’altitudine, su antiche colate laviche che costituiscono il versante settentrionale dell’Etna. A nord del paese, il fiume Alcantara ha scavato la roccia e creato quelle gole per cui è famoso.

La via degli archi a Randazzo.

Fermarsi per la notte serve a decidere se l’indomani si vuole scalare il vulcano o cercare di nuovo il conforto del mare. Un alloggio affascinante è il Castello Romeo, settecentesca costruzione nella frazione di Montelaguardia.

Il Castello Romeo.

La gestione è la stessa di quella dell’Hotel Scrivano, che si trova in paese. L’hotel è una soluzione pratica per essere in paese e fare una passeggiata in centro, lasciando le moto nel parcheggio chiuso. Il castello è un concentrato di fascino dove ritirarsi con gli amici dopo cena, a condividere chiacchiere e l’ultimo calice di rosso. Ma magari lo scoprirete da voi. In ogni caso, la notte porterà consiglio su cosa fare il giorno dopo. Senza fretta.

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Chiesa duecentesca a Randazzo.

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