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Un milione di chilometri – capitolo 5

Un milione di chilometri APRILIA PEGASO CUBE 650

CAPITOLO 5

MORINI Excalibur 350 28.000 km

Pur non dilungandomi troppo sugli aspetti intrinsechi del mio lavoro, non posso negare che poi in fin dei conti fra alti (pochi) e bassi (molti), mi ha comunque permesso di viaggiare un bel po’ e cambiare spesso la cavalcatura, infatti nel 1992, dopo la sbornia del 4 cilindri, mi ritrovavo a cercare una degna sostituta della mia prima giapponese. Come spesso accade nella giungla dei commercianti di auto/moto, mi imbattei in un concessionario o sedicente tale di Porto S. Giorgio che aveva una Aprilia Tuareg 350 usata e, quella che doveva essere una semplice trattativa, si rivelò un’ odissea durata 6 mesi. Alla fine sono riuscito a riavere indietro la caparra che ho subito indirizzato verso una cromatissima Morini Excalibur 350. Curioso mix la bolognese: una cilindrata giusta per le mie tasche e dei quarti di nobiltà, benché decadente, da sfoggiare in pubblico, il tutto cucito in un abito che poi col tempo, mi accorgerò di non indossare quasi più.

Una rarissima immagine della Moto Morini Excalibur

Essendo bicilindrica mi aspettavo vibrasse meno rispetto al mono dell’ Aprilia di pari cilindrata e seppur deludente sotto questo aspetto si rivelò invece centratissima per altri fattori tipo il consumo o la posizione di guida. Questi ultimi elementi furono testai e assai graditi, da me e dal mio compagno di viaggio, nella conquista di Parigi che di lì a poco ci avrebbe visto protagonisti. Le premesse erano ottime: la moto era nuova, il passeggero era un mio compagno di squadra nella S. Severino basket e le finanze necessarie allo scopo sarebbero derivate dalle nostre gesta sportive. La partenza fu appesantita dalla sbronza che rimediammo ad una festa la sera prima mentre invece il portapacchi risultava appesantito dal totale dei nostri bagagli che non stipammo in nessun altro posto se non alle spalle del passeggero e fu così che, in stato pressoché comatoso, indirizzammo su Bibione, dove avevo dei parenti e che rappresentò la nostra prima tappa. Ero di casa in quelle zone e la cosa pareva tranquillizzarmi.
Due ragazzotti oltre il metro e novanta privi di ogni accenno di abbigliamento tecnico, un bagaglio degno di un trasloco ed una motina che oggi sarebbe ottimale per una ragazza di un metro e sessanta, avranno fatto sorridere chi ci sorpassò comodo in auto in quella nostra prima tappa. Di sicuro non ridemmo noi quando il giorno dopo, all’ altezza di Pomposa cedendo il terreno sotto il cavalletto della nostra moto, la osservammo rovinare a terra con conseguente rottura del supporto specchietto sinistro. Inizio ideale, non c’è che dire. Un provvidenziale matrimonio di miei parenti che si celebrava il giorno seguente fece sì che il corriere, nella fattispecie mio padre, potesse giungere in loco col ricambio necessario per continuare in sicurezza il viaggio. Il consumo, anche se gravato da due pesi massimi, si rivelava decisamente ottimale con il plus di una velocità di crociera di 110 km, comunque superiore a quella della mia precedente 350.
Come la maggior parte dei miei coetanei nelle vacanze/viaggi in giro per l’ Europa sono sempre stato attratto dalla speranza di “concludere” con ragazze straniere e proprio questa speranza ci mosse una sera quando accompagnammo mia cugina ad una festa in spiaggia, portando su suo consiglio, una bottiglia di whiskey per “scaldare” l’ ambiente. Ad intiepidire l’ ambiente trovammo un bel fuoco con intorno 10 energumeni che facevano il filo alla mia avvenente cugina e finimmo a scolarci la bottiglia in solitudine a casa col risultato che al matrimonio del giorno dopo avevamo disgusto alla sola vista degli alcolici che in Friuli invece sono soliti bere ed offrire come fossero acqua.
Nella seconda tappa attraverso la Svizzera di acqua ne prendemmo veramente tanta senza poter controbattere con adeguato abbigliamento ma solo con la sfrontatezza dei nostri vent’ anni. Durante quel nostro primo incontro con un simile temporale pur non essendo un masochista provai una sensazione quasi di piacere per il contatto diretto e senza filtri che stavo avendo con l’ elemento natura. Magari un giorno scoprirò un modo meno traumatico per vivere il temporale ma in quel momento la soluzione migliore fu fermarsi e non fare altro che aspettare che finisse.
Alle 17.00 di quell’ umido pomeriggio arriviamo in terra elvetica e vengo subito colpito dalle evidenti differenze con l’ Italia: pulizia in ogni dove, disciplina del traffico ordinata e rispettosa, manto stradale pressoché perfetto e autostrada dal costo irrisorio, insomma ‘sti svizzeri…un mondo a parte.
Quanto siano disciplinati, ma anche poco elastici, lo comprendo a pieno poco dopo; parcheggio e vado a suonare il campanello che già un vicino aveva chiamato la polizia per il gravissimo motivo che avevo parcheggiato nel posto sbagliato!
Non fu questo il motivo ma il giorno dopo ripartimmo di buon’ ora destinazione Francia ed ebbe inizio la mia personale lotta con le diverse strade e i loro colori. In Italia l’ autostrada è segnalata in verde mentre le statali in blu, i cugini d’ oltralpe invece fanno esattamente il contrario ed io mi ci incasino ogni due per tre oltre a non voler capire che per la mia andatura sarebbe stato molto più divertente salire per statali invece che attraverso noiosissime autostrade. Ma all’ epoca il senso unico di marcia, le poche curve e la mie scarse capacità di guida mi sembravano il top al quale potessi aspirare.
Con una mega tappa da 850 km giungiamo a Parigi che ai nostri occhi apparve come la terra promessa. Montiamo subito la tenda in un campeggio a Versailles e stremati dal viaggio ci concediamo solo il lusso di una cena al Mc Donald e niente più. Ma prima di cadere nel sonno un’ amara sorpresa: stuoie e materassini per dormire non ne abbiamo per ovvi motivi di spazio e scopriamo che dormire in terra può essere duro, freddo e scomodo. Non possiamo fare altro che rivestirci con gli abiti “da moto” casco compreso e la mattina seguente al risveglio la scena ha del patetico. La nostra perfetta organizzazione prevede che nessuno dei due pensi a prendere l’ indirizzo o il nome del campeggio dove alloggiamo e un rientro di soli 75 km da Parigi, dove siamo stati tutto il giorno, si trasforma in un raid da 290 km con traguardo alle tre di notte quando per caso “rivediamo la luce” e ci si para davanti il campeggio. Il giorno dopo ci svegliamo carichi, oltre che dell’ abbigliamento col quale dormiamo anche di tanto entusiasmo dato che il programma prevede una giornata intera ad Eurodisney, inaugurato da poco. Alla reception ci consegnano un foglio con le istruzioni per arrivare sani e salvi dopo soli 48 km al parco divertimenti ma noi siamo testardi e ci arriviamo in tarda mattinata dopo circa 300 km!!! A 20 anni una giornata intera in un posto simile ti resta impressa, a differenza della strada per il campeggio che canniamo per l’ ultima volta ma solo perché il giorno dopo lasciamo la Ville Lumiere e siamo già di ritorno con la strada perfettamente inversa. In Svizzera proviamo per la prima volta, e per me neanche sarà l’ ultima, l’ ebbrezza e la fatica della spinta.
Non quella nobile e sportiva che mettono in atto gli appassionati di enduro per aiutare i loro beniamini in difficoltà ma quella che usano i viaggiatori alle prime armi quando non calcolano il consumo di una moto stracarica e i km che ci sono in terra straniera fra un distributore e l’ altro, sigh.
La Morini Excalibur sarà protagonista di lunghi giri ed uscite soddisfacenti tanto che in quasi 2 anni totalizzai con lei 28.000 km prima di cederla ad un amico.
Con il metro odierno non mi so spiegare il perché di quell’ acquisto in luogo di una Kamel o di una Kanguro che sarebbero state molto più in sintonia con il mio viaggiare, se non con la necessità di esplorare a volte nuovi sentieri.
Il mondo chopper o custom, in quel momento, aveva un fascino per me che poi negli anni divenne indifferenza e che riscoprirò solo a tratti ma più a nord di Bologna, diciamo in riva al lago di Como…ma questa è un’ altra storia.

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