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Un milione di chilometri – capitolo 1

CAPITOLO 1

L’INIZIO DEL GRANDE AMORE

E’ da anni che nutro il desiderio di mettere in un libro i racconti della mia vita motociclistica e per la fortuna (sfortuna?) del lettore, nel timore di perdere qualcosa per strada, mi sono deciso a farlo.

Inevitabilmente, data l’ età, qualcosa è già andato perso come le immagini dal finestrino di un treno in corsa. L’ idea iniziale era quella di partire coi racconti appena tagliato il traguardo del milione di km in sella ad una moto, quasi a celebrare “l’ impresa”. Poi col tempo ho maturato la convinzione che forse di impresa non si tratta e ritengo la cosa alla portata di chiunque abbia tempo e soldi da investire allo scopo.
Fare tanti km in moto è un obbiettivo, fermo restando il tempo a disposizione, raggiungibile trovando il modo di avere tanti soldi da spendere guadagnando a sufficienza e facendo a meno del superfluo e nel nostro modo di vivere occidentale, di poco necessario ce n’è fin troppo.
Nel mio caso ho preferito miscelare le due cose prediligendo l’ una o l’ altra a fasi alterne ma la costante che non è mai venuta meno è stata la passione. Amo la moto e amo le sensazioni che solo quel mezzo mi sa dare. Molti miei amici dicono che non amo “la mia moto” come tanti appassionati fra di noi, ma amo tutte le moto che posso avere, guidare, capire, esplorare; sono malato di moto e vorrei parlarne con voi e con me stesso.
Tutto ha avuto inizio con l’ arrivo della mia prima bici e da lì in poi nulla fu più come prima.
Da quel momento ci ho messo veramente poco a capirne “i segreti” e a comprendere quanto potevo fare il figo con lunghissimi e acrobatici, quanto inutili, monoruota.
Per mia sfortuna le gesta circensi non si fermarono alle impennate ma proseguirono con dei salti che improvvisavo usando tavole e mattoni. Prima un mattone, poi due, poi tre, poi un giorno i punti di sutura che rimediai sotto il mento, superarono di gran lunga il numero dei mattoni utilizzati. Anche se a quei tempi arrivare a scuola con i punti, ebbe per me un sapore eroico, in quel frangente capì che non sarei mai diventato un campione di motocross e si fece strada in me un istinto di conservazione molto forte che mi aiuta ancora oggi a non andare mai oltre i limiti. La scintilla che era nata con la bici divenne una passione sempre più forte e finì per essere adottato dalle famiglie di operai di lavori edili e stradali del circondario.
Come fossero miei personalissimi luna park andavo nei cantieri e passavo interi pomeriggi ad ammirare le macchine ed i loro operatori che ai miei occhi apparivano supereroi in grado di costruire o distruggere ogni cosa con rumori e sbuffi degni dei migliori fumetti. Un bel giorno però quel fumetto diventa realtà e in casa mia appare a sorpresa una moto anzi un motorino, un Piaggio Bravo!


Non sarà stata una moto ma aveva tutto quello che per me poteva rappresentarla: un motore vero, freni che a differenza di quelli della bici non si assentavano nel momento del bisogno e un serbatoio per la miscela che costò a mio padre una lunghissima e dettagliata spiegazione circa il funzionamento del motore a due tempi. Quel sogno in realtà non era per me e né per mio fratello e sinceramente non ho ancora ben compreso perché fosse finito in casa nostra ma di sicuro è stato il primo di una lunga serie di errori casuali della mia famiglia che hanno contribuito a creare il “mostro” che sono diventato.
Non avendo ancora raggiunto i fatidici 14 anni naturalmente non avrei potuto guidarlo ma vi assicuro che quando affrontavo le salite senza pedalare o raggiungevo velocità fino a quel momento inarrivabili in bici, la legge era l’ ultimo dei miei pensieri. Fra i cinquantini in commercio la concorrenza era spietata e le più cool erano le vespe, che avevano le marce, le frecce ed il tachimetro! Però il nostro Bravo si difendeva e oltre a regalare una bella guida si prestava alle modifiche che i limiti di legge a 1.5cv rendevano quasi obbligatorie. Pian piano arrivarono ammortizzatori più efficienti ed una marmitta “a pistola” che oltre a regalare un suono da grandi permetteva di aumentare la velocità di ben 2 o 3 km/h!!!
Quella fase della mia vita motociclistica fu l’ unica nella quale interpretai giocoforza, il personaggio del passeggero, e con mio fratello si andava tutto il pomeriggio in giro. Un giorno il mio “autista” pronunciò la frase che ancora ricordo e che probabilmente ha dato la sterzata decisiva al mio modo di essere a due ruote per tutti gli anni a seguire.
Oggi fondiamo il motorino, disse con la spavalderia e l’ incoscienza tipica dei 14 anni. La sua intenzione era quella di girare a più non posso senza meta sulle colline intorno a Civitanova con l’ obiettivo di arrivare a fondere il nostro onesto Bravo.
Difficile avere la meglio su di un mezzo ben costruito e surdimensionato rispetto alle angherie alle quali lo sottoponevamo ogni giorno e infatti il ronzino non fece una piega. Ma se scorrazzare per tutto il pomeriggio senza una meta precisa, in mio fratello provocò solo stanchezza e la certezza di non volerlo più rifare, in me pose il seme di quel desiderio insopprimibile di andare e andare e lasciare tanta strada dietro di me nella speranza di averne altrettanta davanti ancora da percorrere.
Quel pomeriggio, senza dubbio, dentro di me il viaggio ebbe la meglio sulla meta ed oggi è ancora così. Le modifiche continuarono e cominciai a fonderlo davvero quel motorino, non so quanti km ci ho fatto che non c’ era lo strumento ma andava via un pieno al giorno nei we, e questo vuol dire almeno 100 km al dì.
Di base consumava veramente poco ma per estorcergli sempre più km/litro iniziai a studiare e perfezionare tecniche di guida da vera economy run. I soldi non erano mai abbastanza ed imparai ben presto l’ arte della gestione del denaro in funzione dell’ acquisto di combustibile. Oramai ero sempre in sella su strada e “fuoristrada”, sì perché nel “pistino” vicino casa, dove i più fortunati si esibivano col Fantic Caballero, io ci andavo col mio fido Piaggio che, come nei percorsi lungo il fiume, pur essendo chiaramente fuori luogo faceva sempre il suo sporco lavoro fino a che un bel giorno decise che poteva bastare così. Il motore lanciò i primi segnali di cedimento ai quali seguirono le rotture del monoblocco e addirittura del telaio chiaramente e giustamente non progettati per competere con Caballeri e compagnia bella.
Era arrivato il momento di un decisivo upgrade e quasi obbligatorio fu passare alla Vespa … usata. Con la mia seconda due ruote scoprì il mondo della personalizzazione e dell’ accessoristica e con quale velocità si possono dilapidare somme di denaro correndo dietro a queste attività. Dagli adesivi alla sella, dalla marmitta allo spoiler con le lucine fino al portapacchi, la riempì di paccottiglia più o meno utile che però me la faceva sentire un pò più mia. Sentivo di aver fatto un grosso passo in avanti rispetto al motorino, anche se dinamicamente non era superiore a causa delle ruote piccole e del reparto freni/sospensioni “fantasioso”, la Vespa aveva le marce ed il tachimetro che mi permise di sapere che ci avevo fatto alla fine oltre 20.000 km nonostante il cavo spezzato più volte. In questa occasione sperimentai, come altre volte in seguito, quanto sono bravo a fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato. Fortunatamente mi riferisco solo all’ acquisto di un mezzo non idoneo rispetto a quelle che sarebbero state le mie aspettative ed il reale utilizzo. Non si può sognare la Dakar e prendere una Vespa. E montarle ruote tassellate non migliorò le cose, ovviamente.
All’ età di 15 anni ebbi la mia prima esperienza lavorativa in un calzaturificio vicino casa. La cosa mi entusiasmava per due motivi, potevo mettere da parte un piccolo gruzzolo da spendere come volevo, e per andare al lavoro dovevo fare 7 km al giorno per 4 volte che a causa di divagazioni, a fine giornata, non erano mai 28 in totale ma quasi sempre 80; potere della matematica! Incurante dell’ entità della somma che mi spettava e dell’ evidente sfruttamento nei miei confronti, al primo contatto con l’ agognato stipendio, mi precipitai dal mio ricambista di fiducia e sperperai il tutto in 4 minuti netti, tanto ci volle per dettare la lista della spesa e controllare il tutto sul bancone. Motore da 105cc , alimentazione lamellare, campana frizione, fin troppo lunga in verità, frizione rinforzata ecc. Avevo compreso il valore del lavoro e della sua ricompensa ma non capì e tuttora mi resta difficile comprendere come si possa disporre allo stesso tempo di denaro, desiderare un oggetto (in questo caso la moto) e non far combaciare le due cose. La terapia a base di centimetri cubici, frizioni e marmitte cambiò pelle allo scooter Piaggio che da onesta vespetta si trasformò in una veloce idrovora mai sazia di miscela.
Per risparmaire avevo montato tutto l’ armamentario da solo e le voci circa la mia abilità nel settore, facendo rapidamente il giro della città, mi procurarono vari lavoretti del genere conto terzi. che mi permisero di stare dietro alle richieste dell’ idrovora. Le mie modifiche si stavano facendo un nome quando iniziò a girare la voce che gli installatori sarebbero poi stati responsabili del mezzo e la mia carriera di mago del “trucco e parruco” per vespe del circondario finì prima di iniziare.
Feci appena in tempo a raccogliere qualche soddisfazione che un cliente, al quale consegnai un dragster di 175 cc con le sembianze di una PK 50, nonostante le mie raccomandazioni, accelerò a tutto gas ribaltandosi e distruggendo sia l’ innocente scooter che i miei sogni di assemblare la Vespa più veloce della città.

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