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Motospia

Un milione di chilometri – Capitolo 28

Un milione di chilometri APRILIA PEGASO CUBE 650

CAPITOLO 28

HONDA AFRICA TWIN ADVENTURE SPORTS KM 42.000

Proprio quando sembrava che con la seconda Supertenerè 1200ZE io avessi messo la cosiddetta testa a posto, motociclistimente parlando, ecco che Honda, proprio lei che non mi è mai piaciuta un granché, per l’appeal di moto facile e che dà confidenza a tutti, mi presenta un importante upgrade tecnologico, sulla nuova nata Africa Twin, andando ad arricchire il piatto con una nuova versione (anzi due, considerando anche quella con il dct cambio automatico a doppia frizione) della Africa Twin denominata Adventure Sports.

africa twin

A parte la colorazione carina che richiama la prima versione di 30 anni fa, quello che realmente mi stuzzica l’appetito motociclistico è il fatto che questa moto sembra davvero provenire dalla fine degli anni ‘80, perché è altissima (cosa buona per la postura di uno della mia altezza), con escursioni realmente da enduro e cerchi da fuoristrada, in pratica è come se fosse realmente una moto vecchia, ma moderna nella tecnologia, come se facendo un parallelo con il mondo auto, uno prendesse un vero fuoristrada anni ’80, tipo un vecchio Land Cruiser e di colpo lo dotasse di mappature, controllo di trazione regolabile, freno motore regolabile, freni che frenano…, motore silenzioso e regolare, insomma lo portasse al passo con quello che la tecnologia attuale permette. Si la nuova Honda Africa Twin è proprio tutto questo, ha un motore che eroga esattamente quello che un motociclista esperto come me può sfruttare ( in due a pieno carico, perché per andare da soli basterebbe anche meno, alla faccia della moda dei almeno 150 cv, altrimenti non sei nessuno), puoi goderti dei bassi regolarissimi, ma anche un bellissimo transitorio ai medi e quando ti va, anche tirare al limitatore una marcia! Si, si può sfruttare tutto, senza andare a velocità folli. Honda ha fatto centro e come facevo io a non prenderla? Bella domanda, la risposta è che l’ho presa!

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Certo non ci sono le sospensioni elettroniche, quelle semiattive non mi avevano mai convinto, ma quelle passive della ST mi avevano fatto innamorare (troppo comodo regolare il precarico del posteriore con un tasto, senza stare a girare una manopola); altra mancanza brutale è il cruise control: prima di averlo mai usato, mi sembrava un gadget di poco conto, ma una volta avuto e macinati molti km con questo accessorio, ora lo ritengo indispensabile e per questo mi sto muovendo per installarne uno aftermarket.

La nuova moto (o meglio come mi piace pensare, il nuovo viaggio, dato che ogni moto rappresenta per me un viaggio) ha tantissime frecce al suo arco, sconosciute alla St, ma anche e soprattutto a tutte le 1200\1300 possedute negli ultimi anni. Sembra davvero l’anello di congiunzione tra il Tenerè 660 e il 1200, solo che non è Yamaha ma Honda. Tuttavia io da tempo ho smesso di ragionare per marchio o modello o genere di moto, io voglio guidare quello che può rendermi più felice e anche se la moto presa è di moda, non ne faccio un dramma. La comodità nel complesso è notevole, per via di una postura perfetta per me, accompagnata dalle migliori sospensioni mai avute su una moto, con escursioni molto generose e una capacità di assorbimento fantastica; in pratica sembra di galleggiare sopra le asperità, il tutto condito da un motore burroso, che funziona a dovere, solo se si adotta una guida pulita e scorrevole: la mia guida, quindi ci siamo al 100%!

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I consumi? Mi sembra davvero impossibile fare meno di 20km con un litro, mentre ho già fatto un paio di volte più di 22, niente male, considerando che poi al solito la uso quasi sempre in due. In fuoristrada la moto si sta rilevando davvero facile e comunicativa, sempre relativamente alla mia massa da 194cm circa x 100kg, a me rispetto alle 1200 sembra una bicicletta: è davvero leggera (in effetti circa 50 kg in meno), ma anche con un’ ottima distribuzione dei pesi, che gravano strategicamente verso il baricentro. Rispetto alla Africa Twin recente ha anche un serbatoio da oltre 24 litri, che le regala un’ autonomia di oltre 500km. Una cosa indecente è che la moto monta di serie le camere d’aria, ma ho brillantemente risolto fin dalla consegna, con una modifica ai cerchi originali: mai più senza gomme e cerchi tubeless.

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Honda dice che questa è una scelta tecnica, perché la moto va bene anche in fuoristrada, a me sembra solo una presa in giro: io ora ho cerchi tubeless e giro senza camera d’aria, come il 99% degli utenti di questa moto, farò per lo più asfalto e sono molto più sicuro con il cerchio senza camera d’aria, ma se voglio fare un viaggio superadventure, posso sempre mettere le camere, nessuno me lo vieta!!

Ora alla soglia dei 40.000km con la Africa Twin, inizio a chiedermi quale sarà la prossima moto: vedo il mercato evolversi molto lentamente, verso l’elettrificazione dei mezzi di trasporto: sarò mai pronto a girare con una moto che non ha un motore endotermico?

Sinceramente dalla vita ho imparato tante cose, alcune nonostante le ho imparate me le scordo sempre, per esempio: conviene sempre tenere la moto che hai piuttosto che cambiarla, ma so che prima di tutto c’è da vivere il momento, l’attimo, l’adesso!

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La mia grande sfida ora è godermi questa moto, senza pensare ad un’altra. Speravo che la Moto Guzzi o l’Aprilia ( i miei marchi preferiti) non facessero niente di simile alla ultima At, perché solo loro sono in grado di sconvolgere tutti i miei ragionamenti , loro per me, in campo moto, sono il lato sentimentale, per lo più un affetto che è sempre stato ricambiato da grandissime soddisfazioni e pochissimi problemi (a differenza della nomea di cui godono); solo che la Moto Guzzi fa la V85TT, per la quale ho perso il sonno e Aprilia ha presentato un motore bicilindrico parallelo di 660 cc e si inizia a vociferare di una nuova Tuareg…No! Massimo non devi cambiare moto, o forse è davvero ora di tenerla questa Africa Twin, che comunque non ha eguali su un certo tipo di turismo e affiancarci la moto che non c’era, la V85TT.

Il milione di km, è un traguardo psicologico passato da tempo, oramai posso solo sognare di arrivare a 2.000.000, segno che avrò ancora tanti giri da fare in moto, ma inevitabilmente sto invecchiando, ho più male alla schiena, al collo, sopporto meno certe tirate, se mi infortunio ci metto di più a recuperare, sono in teoria alla metà passata della mia vita motociclistica, che nella mia mente perversa, corrisponde più o meno alla vita in generale.

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Ho imparato tanto dai km percorsi: non solo a guidare meglio quell’incredibile generatore di emozioni che è la moto, ma pian piano ho imparato a rispettare una donna, a riconoscere il valore di una preziosa amicizia, il valore del sacrificio al lavoro con uno scopo in testa (nel mio caso spendere soldi per viaggiare in moto), ho conosciuto persone che la pensano vagamente come me e altre che sono all’estremo opposto delle mie visioni sulla vita e sulla vita motociclistica, ma soprattutto ho vissuto! Questo è il valore a cui sono più legato, il consiglio che più mi sento di dare, non dico fate o non fate figli, dico vivete, vivete le vostre passioni senza limiti come ho fatto io. Il limite se c’è, è un confine dentro la nostra mente. Ho ben impresso nella mia testa ancora, il mio sogno di bambino: arrivare a 100.000km con una moto, ho fatto molto di più, forse mi sorprenderò ancora, ma ogni volta che scendo in garage per prendere la moto, qualunque essa sia, ho sempre quel sorriso da adolescente, che non mi ha mai lasciato, ecco il giorno che non mi divertirò più, sarà arrivato il momento di lasciar perdere e poco importa se non sono stato molto seguito da amici, se qualcuno si è allontanato da me, proprio perché troppo fanatico dell’andare in moto, non importa perché è la mia visione, un mio patrimonio e io l’ho protetto e coltivato con cura. Non sono ne il migliore ne il peggiore, ma sono diventato il miglior motociclista che potessi diventare, questo è il mio motivo di orgoglio e il mio percorso è ancora da completare, mi mancano alcuni posti che, come l’Islanda, sono sempre stati nella mia testa: l’Alaska per esempio e anche senza essere ne uno smanettone, ne un vero appassionato di corse, pur riconoscendo l’assoluto grandezza di Valentino Rossi, penso di intuire perché fatica a smettere: è la sua vita e lui probabilmente sorride come me, ogni volta che indossa il casco e si trova a guidare in bagarre in una pista!

La moto è davvero una terapia, ma anche una malattia inguaribile, anche io ogni volta che la prendo, rischio la vita, è insito nell’instabilità intrinseca delle due ruote, nelle variabili del traffico e d

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elle mille insidie della strada, ma sappiamo anche, che ce ne possiamo allo stesso modo andare ingloriosamente, per un semplice malore o per una malattia bastarda e vigliacca come è capitato a mia madre.

sdr

La vita prima o poi finisce, tutto finisce, molti aspirano ad un lascito, io ho sempre aspirato a riempire il mio cuore di emozioni e la mia vita di esperienze appaganti. Questo è il mio credo e queste righe, un piccolo sunto, di una piccola parte delle emozioni del mio viaggio.

Spero, nel prossimo capitolo, di parlare di una vita motociclistica poligama, con due moto da cavalcare, sarebbe perfetto (fino alla prossima idea del cavolo).

Un lampeggio.

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