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Un milione di chilometri – Capitolo 11

Un milione di chilometri APRILIA PEGASO CUBE 650

CAPITOLO 11

CAGIVA GRAN CANYON 900 KM 19.500

Il motore del primo Moto Guzzi V7 tatuato sul mio braccio sinistro poteva sembrare una promessa di amore eterno verso il marchio dell’ aquila, in realtà tutti i guai vissuti col Quota quell’amore lo avevano sbiadito e nel ricordo di quanto mi ero divertito con l’Explorer, pensai che rientrare in casa Cagiva sarebbe stata la cosa più logica da fare per dimenticare al più presto “il tradimento”.
Fosse stato per me ne avrei ripresa una uguale ma nel frattempo l’Explorer era uscita di produzione sostituita dalla Cagiva Gran Canyon 900 e l’ erede non mostrò esattamente i cromosomi della sua antenata.

La creatura di Massimo Tamburini, fra i più geniali progettisti di moto e cofondatore della Bimota, pur nascendo sulla base dell’ Explorer se ne era allontanata in quanto a versatilità e attitudine al viaggio divenendo un’ ottima e performante stradale che di dakariano però, non aveva più né l’ aspetto tanto meno le caratteristiche.
Fra i primi ibridi del mercato a miscelare le caratteristiche da maxi enduro con quelle di una stradale, la Cagiva Gran Canyon fu la classica moto presa con in testa già qualcos’altro; in giro si sussurrava dell’ imminente esordio di Aprilia nel settore maxienduro, con un modello che avrebbe pescato addirittura dalla meccanica della sportiva RSV e questo turbava i miei sogni di motociclista. Avevo anche pensato di ingannare l’ attesa con una Pegaso 650 che sarebbe stata l’ideale per me, ma non per il concessionario che mai avrebbe preso in permuta una moto del valore doppio di quella in vendita e senza il romanticismo “necessario” del venditore, fui costretto a rimandare il mio ritorno al monocilindrico.
In uno dei locali dove suonavo in quel periodo conobbi una ragazza ligure con la quale iniziai una relazione e a parte il tragitto casa-lavoro e pochi giri senza pretese, i 1300 km circa che mi bevevo ogni we per salire da lei ad Albenga erano diventati la norma per me e la mia Cagivona. Al di là delle ovvie implicazioni sentimentali, con lei ho conosciuto aspetti diversi del binomio guidatore-passeggero rispetto alle mie precedenti esperienze e le prime avvisaglie le ho avute quando accennai al problema del trasporto dei sacchi a pelo; in un amen me ne ritrovai due, di qualità e prezzo per me inarrivabili. Più semplicemente eravamo su due piani differenti e le sue finanze, assai più floride delle mie, le permisero di equipaggiarsi al meglio in pochissimo tempo ed il vantaggio fu tangibile: se io non avevo freddo non lo aveva neanche lei, se il mio casco non faceva rumore non lo faceva nemmeno il suo e il confort “di coppia” ne guadagnava. Dopo anni di passeggeri dall’equipaggiamento improvvisato se non addirittura inesistente potevo tranquillamente pensare ad altro e godermi il viaggio.
Tutta questa tranquillità si rivelò ben presto deleteria per il nostro rapporto perché tendevo a considerarla forse solo il mio passeggero tralasciando il fatto che era “anche” la mia compagna! Oramai nel mio personale e serratissimo modo di viaggiare pretendevo di ridurre le perdite di tempo al minimo o non averne affatto mentre, lo scoprirò poi, è naturale che una donna in determinati frangenti abbia delle tempistiche un po’ dilatate, così nacquero i primi screzi e i primi litigi che con l’ esperienza attuale sarebbero stati perfettamente evitabili. Fu un periodo, quello a cavallo fra il ‘98 ed il 2002, nel quale l’ eccessiva sicurezza in me stesso mi portò a dare per scontato fin troppe cose e non solo in campo affettivo, ma la vita non tarderà di riservarmi delle sorprese che mi riporteranno giustamente coi piedi per terra.
Fra un we e l’altro in Liguria e uscite varie venne finalmente l’occasione di intraprendere un viaggio anche con questa Cagiva Gran Canyon, uno di quelli veri intendo, per i quali monti tutte le valige e stai fuori qualche giorno, nello specifico in Sardegna, per la Pasqua insieme alla mia compagna ed al mio ex passeggero.
Era la mia prima volta sull’isola e pur non avendo preparato granché a livello di itinerario, scoprii un territorio fantastico e “selvaggio” al punto giusto grazie alle mille sterrate attraverso le quali poter raggiungere angoli remoti e sconosciuti ai più pigri e distratti vacanzieri estivi. La nostra sortita fuori stagione inoltre ci permise di evitare il traffico e di avere costi ovviamente minori rispetto ai mesi più gettonati.
Questa fu anche la mia prima volta con una fotocamera digitale, una Sony Mavica che per dimensioni e capacità è oggi più vicina agli inizi del ‘900 che agli anni Duemila! Basti dire che aveva bisogno di un floppy disc per salvare le foto scattate.
In uno dei sempre più frequenti tour con al mia Cagiva Gran Canyon verso il Gargano e Foresta Umbra, da compiere rigorosamente in giornata, per la bellezza di 700 km per volta, si decise che a Settembre del 2002 avremmo compiuto il fatidico passo verso il matrimonio. Dal mio punto di vista non avevo dubbi che la mia compagna di allora mi accettasse per quello che ero mentre più realmente in lei albergavano ben altre certezze sul nostro rapporto e su quanto sarei obbligatoriamente dovuto cambiare dopo il “sì”.
Con il matrimonio cambierà, arriveranno i figli e smetterà con le moto, deve essere stato il suo pensiero mentre il mio era rivolto a far combaciare il consueto viaggio di Agosto con quello extra di Settembre, dovuto alle nozze, e a programmarli entrambi.
Con queste non proprio solide premesse a metà Giugno del 2000 realizzai che dopo 6 mesi, forse era già tempo di cambiare moto…

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