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Mototurismo da coronavirus: Piedi in Emilia e ruote in Calabria

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In attesa del “tana libera tutti” possiamo muoverci nella nostra regione (con valido motivo). Ma questo non ci vieta di programmare i viaggi che desideriamo fare. Io e la mia Vespa, ad esempio, adoriamo la Calabria.

Il mese delle rose ci ha restituito un po’ di libertà di movimento. Fuori le ruote finalmente?! Sì, ma fino a un certo punto. Il punto che coincide col confine della regione di residenza. Ahi ahi. La mia Vespa non è felice, come me del resto. Perché, come dire, c’è regione e regione. Soprattutto per le due ruote. Essendo la Vespa e io di stanza (e di panza) a Bologna, leggenda vuole che per essere felici dovrebbe bastarci salire sui colli cittadini… e invece no. Non so perché, i colli bolognesi mettono ansia, a tutt’e due. Da sempre. A noi piace la Calabria. Sì sì, parlo di quella cosa che sta tra Puglia e Sicilia, presente? Noi amiamo quella terra lì. La amiamo perché è bellissima, di una bellezza potente e struggente che rende impossibile o forse superflua ogni parola. La amiamo perché regala esperienze non comuni.

Un esempio? In meno di 300 km si possono toccare due mari con spiagge di ogni consistenza, dai sassi alla sabbia, due catene montuose inserite in vasti parchi nazionali, viaggiando nel tempo tra Preistoria, Magna Grecia, Impero bizantino, Medioevo, e incontrando anche una delle minoranze etnico-linguistiche più popolose (e meno conosciute) d’Italia, gli Arbëreshë. Non so in quante altre regioni italiane sia possibile questa cosa.

Se non ci credete, eccovi l’itinerario (per quando si potrà, ovviamente…). Un coast to coast nel nord calabrese che va da Rocca Imperiale, sulla sponda ionica, a San Nicola Arcella, sulla tirrenica. Sono 300 km piacevolmente impegnativi per le due ruote. Un modo veloce ma intenso per assaggiare la magnifica complessità di quel territorio verticale semisconosciuto che è la Calabria. Un consiglio preliminare. Se decidete di andare leggetevi la guida 101 cose da fare in Calabria almeno una volta nella vita, anche in e-book: è ricca di suggerimenti interessanti.

La porta d’ingresso della Calabria sul versante ionico è Rocca Imperiale.

 Per visitare il centro storico occorre lasciare la Statale 106 sul mare e salire per una divertente strada quasi a chiocciola. Ad attendervi, uno dei Borghi più belli d’Italia. Un paese di impianto medievale da percorrere a piedi senza fretta, ammirando le numerose targhe di ceramica sulle case antiche contenenti versi a cielo aperto (Rocca Imperiale è detto il paese dei limoni e della poesia). Salendo verso l’imponente castello cui il paese deve il nome (fu voluto all’inizio del ’200 da Federico II di Svevia) la vista è strepitosa. Viene da interrogare il mare, oggi come allora, su cosa arriverà dall’Oriente.

Ritornando sulla Ionica, direzione sud, si costeggiano chilometri di spiagge. Ai sassi che le abitano, tutti disegnati di bianco dal mare, sono ispirati i Sassolini Amarelli (i miei preferiti!). Passando le località di Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Amendolara, Trebisacce, Villapiana si incontrano qua e là fortezze nel mare e torrette spaccate, simboli di antiche difese e battaglie.

Percorsi circa 40 km da Rocca Imperiale si arriva a Sibari.

È al centro di una piana, concetto rarissimo in Calabria: fatene tesoro! Sybaris fu un’importante colonia della Magna Grecia. Nel vasto Parco Archeologico (al km 25 della SS106 si estende per più di 160 ettari) si può camminare in mezzo ai secoli stratificati pietra su pietra che raccontano il glorioso passato e le vicissitudini con la rivale Kroton (Crotone).

Una curiosità. Ai Sibariti si deve un antico “coast to coast” dal sapore commerciale: prendevano le merci che arrivavano dall’Oriente lì da loro sullo Ionio, si avventuravano nell’interno su una via carovaniera che costeggiava fiumi e montagne coperte di vegetazione lussureggiante, e le portavano a Laos, città sulla sponda del Tirreno nei pressi dell’odierna Scalea, per essere imbarcate verso il Mediterraneo occidentale.

Continuando verso sud per altri 30 km si raggiunge Rossano, “la bizantina”.

 Anche qui per salire al nucleo storico del paese si deve lasciare la litoranea. La strada panoramica accompagna lo sguardo tra il blu dello Ionio e il verde dei boschi circostanti (siamo alle pendici della Sila Greca).

Nel X secolo capitale dell’Impero bizantino, Rossano (detta anche “la Ravenna del Sud”) conserva presso il Museo Diocesano il Codex purpureus rossanensis, un evangelario del VI secolo composto da 188 pagine di pergamena color porpora. I caratteri in greco maiuscolo sono in oro e argento. Qua e là, smaglianti miniature policrome. Questa autentica meraviglia, che definire preziosa è riduttivo se si pensa che il numero di questi evangelari nel mondo si conta sulle dita di una mano, è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

Bisanzio è poi nelle tre chiese. La cattedrale conserva l’immagine della Madonna Achiropita, cioè non disegnata da mano umana, che si vuole apparsa sul muro in costruzione come un miracolo. La chiesa della Panaghia, immersa nei vicoli, conserva un prezioso affresco raffigurante San Giovanni Crisostomo, la cui liturgia ispira tutt’oggi il rito bizantino-greco delle limitrofe comunità arbëreshë (una delle prossime tappe). E infine la chiesa di San Marco, posta su un’altura ai margini del paese. Mentre si osserva da fuori questo piccolo gioiello del X secolo, pieno di cupolette e morbide curve, c’è solo il rumore del vento che risuona lungo le pendici della roccia rossa protetta dai boschi. Uno strano senso di pace avvolge qui, una calma piena che fonde lo spettatore al paesaggio circostante. Il leoncino di pietra lì accanto sembra sussurrare, consapevole e compiaciuto, “Non ci dimenticherai più”.

 

E siccome a volte il sacro sposa il profano, ecco San Marco e il suo leone sull’etichetta di un superlativo Amaro Bizantino, prodotto a Rossano. Assaggiatelo, è praticamente introvabile altrove.

Come non si può mancare la visita al Museo Amarelli (giù, vicino al mare), dove si racconta la storia della famosa famiglia/azienda che da metà ’700 produce e lavora in mille forme la liquirizia che cresce qui, esportandola in tutto il mondo. Perché la liquirizia di Calabria è notoriamente la più buona del mondo!

Da Rossano si sale per una quindicina di km sulle montagne della Sila Greca, raggiungendo i Giganti di Cozzo del Pesco.  

Si tratta di un’oasi naturalistica a circa 1.000 metri di altitudine che racchiude un centinaio di castagni plurisecolari. Gli anziani del gruppo sono nientemeno che del ’200 e i tronchi hanno cavità talmente grandi da poter ospitare in alcuni casi fino a 10 persone!

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Questa foresta è un autentico mistero, perché solitamente i castagni vivono a lungo se isolati mentre qui, stiracchiando cime, allungando rami e modellando chiome, da secoli convivono in perfetta salute e armonia. Misteri di Calabria…

Non lontano, tornando verso il mare ma prendendo per Corigliano, si incontra il Pathirion, un’abbazia bizantina del XII secolo immersa nel verde che fu tra i cenobi più importanti dell’intero Sud. Dell’antico monastero rimangono alcune arcate e i resti del campanile, mentre la chiesa, oggi chiamata di Santa Maria del Patire, è ben conservata. Al suo interno, imperdibili i mosaici sul pavimento in opus sectile raffiguranti animali mitologici. Per la nostra gioia c’è anche un centauro!

Chi avesse voglia di sfinirsi di tornanti anche ad alta quota può da Rossano prendere la S177 per Longobucco, che dista circa 40 km.

 Derivato dal bizantino makroilos (che ha una lunga cavità), il nome di questo paese confuso con la pietra richiama le miniere d’argento cui la sua storia è legata fin dall’antichità. Basti pensare che ai tempi della Magna Grecia Sibari e Crotone si rifornivano dell’argento di qui per coniare le loro monete.

Dello stesso periodo l’inizio di un’altra importante tradizione, per cui Longobucco è ancora oggi famoso nel mondo: la lavorazione dei tessuti di lana, seta e ginestra. Nei telai della tradizione si inserisce un terzo filo che fra trama e ordito tesse stupendi ricami geometrici o di figure della cultura popolare. I risultati di tanta maestria si possono ammirare sia nei musei sia nelle piccole botteghe del paese dal sapore medievale.

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Proseguendo sulla S177 si entra nell’area del Parco Nazionale della Sila, in un tratto interamente segnalato come “pittoresco”, che regala atmosfere nordiche nel cuore del Sud. Una volta passati accanto al Monte Altare (m 1.653) si tiene la destra imboccando la S660 e dopo una decina di km si prende la strada che scende e che arriva ai Giganti di Cozzo del Pesco, ricongiungendosi all’itinerario.

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Dal Pathirion si scende e alla fine della strada si prende a sinistra per raggiungere dopo pochi chilometri Corigliano.

 Dal punto di vista amministrativo oggi tutt’uno con Rossano, Corigliano ha un bellissimo e antico castello dalla storia travagliatissima, che si ritrova nei tanti cambiamenti architettonici attuati nei secoli. Gli amanti dei castelli non manchino di visitarlo: il salone degli Specchi e l’interno della Torre Mastio lasciano senza fiato.

Nel colpo d’occhio al paese spicca la cupola grande della chiesa di Sant’Antonio, ricoperta di vivaci maioliche settecentesche gialle e turchine.

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Proseguendo sulla strada verso l’interno, direzione Cantinella, a un certo punto si incontrano strani cartelli in doppia lingua. Prendete per Santa Sofia d’Epiro, che dista circa 30 km.

 Il bilinguismo annuncia che Santa Sofia e i paesi limitrofi sono abitati dalla comunità arbëreshë, gli Albanesi d’Italia (stanziatisi su queste colline alla fine del ’400), di cui ho scritto in altro articolo.

Un consiglio caldo e sincero: fate in modo di capitarci nel fine settimana, così da non perdervi la liturgia della domenica celebrata col rito bizantino-greco, e pernottate qui (trovate le indicazioni nell’altro articolo). Arberia è Bisanzio vivente, e l’ospitalità arbëreshë non ha eguali.

Scollinando verso il Tirreno, da Santa Sofia si prende per Tarsia e dopo circa 30 km si arriva a Morano.

Città-presepe del Pollino tra i Borghi più belli d’Italia, visto da lontano Morano sembra ricoprire interamente la collina perfettamente conica su cui è costruito, in un labirinto di vicoli, torrioni, scale e sottopassi che fu anche immortalato dall’affascinato Escher.

Situato all’ingresso del Parco Nazionale del Pollino (il più esteso d’Italia, condiviso tra Calabria e Basilicata), a Morano è possibile visitarlo in una delle tante escursioni guidate e soggiornare in case-albergo che ricostruiscono fedelmente gli ambienti ottocenteschi.

Proseguendo verso nord per una quindicina di km si incontra Mormanno.

 Chi avesse voglia di una pausa gourmet può fermarsi ad assaggiare due tipicità locali. I bocconotti, squisiti dolcetti di pasta frolla dalla forma ovale ripieni di marmellata o pasta di mandorla, così chiamati perché divorabili in un sol boccone! E una piccola lenticchia di origine antichissima, arrivata dall’Oriente e ancora oggi coltivata con soli metodi naturali, senza ausilio di prodotti chimici, sotto la tutela di Slow Food.

Da Mormanno si prende la strada che scende verso il Tirreno e dopo pochi km si imbocca la deviazione a destra per la Grotta del Romito.

È un sito archeologico di grande rilevanza, risalente all’ultima fase del Paleolitico, immerso nella foresta che racchiude il fiume Lao. All’interno della caverna, tra stalattiti e stalagmiti sono stati rinvenuti resti di umani che qui riposavano da decine di migliaia di anni. Due di loro erano sepolti abbracciati. Le pareti sono adornate da una moltitudine di misteriose incisioni lineari, fra cui spicca il famoso Bue primigenio. Lungo oltre un metro, questo graffito è una delle più antiche e interessanti manifestazioni di arte preistorica rinvenute in Italia.

Continuando la tortuosa discesa verso il mare, dopo circa 15 km si trova Papasidero.

 Questo piccolo paese dall’atmosfera di fiaba porta fin nel nome l’omaggio a Papas Isidoros, uno dei monaci bizantini che qui si stabilirono intorno all’anno Mille. Le tracce d’Oriente si trovano oggi nelle due chiese: una che sembra nascere dalla roccia, intitolata alla Madonna di Costantinopoli; e la piccola Santa Sofia, contenente affreschi bizantini, che pare protetta dall’intero abitato.

E dopo altri 20 km di tornanti, si approda sulla Riviera dei Cedri, nel paese di Scalea. Muovendo a nord di una decina di km si raggiunge San Nicola Arcella.

Delizioso paesino di pietra a strapiombo sul mare, San Nicola è famoso per quella meraviglia naturale chiamata Arco Magno: un monumentale arco di roccia che protegge una piccola mezzaluna di ghiaia finissima, detta spiaggia di Enea. Per arrivarci è consigliabile recarsi alla spiaggia di Marinella e affittare un pedalò, o volendo farsela a nuoto (sconsigliato il percorso via terra, nell’ultimo tratto parecchio accidentato).

 

E visto che il Tirreno è Occidente e Occidente è tramonto, questo è il posto perfetto per ammirarlo.  Con la luce che trafigge l’Arco e fa capolino sulla piccola spiaggetta. Sempre che tanta suggestiva bellezza non impedisca la facoltà di pensare e parlare, magari con l’ausilio dello squisito liquore al cedro (una delle eccellenze di Calabria) verrà voglia di esprimere un desiderio.

Il mio è semplicissimo: riportare fisicamente piedi e ruote in Calabria, in questa terra meravigliosa, e al più presto!

 

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