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Le comunità albanesi in Sicilia. Parte seconda: Palazzo Adriano

palazzo adriano

Dopo Contessa Entellina, seguo le tracce dei profughi albanesi del XV secolo a Palazzo Adriano.

Ci eravamo lasciati davanti la chiesa dell’Annunziata e San Nicolò, a Contessa Entellina. Il giro del paese alla ricerca del retaggio albanese aveva avuto esiti contrastanti. Prima, il messaggio di benvenuto redatto anche in arbëreshë che campeggiava sul cartello all’entrata del paese. Poi la piccola delusione delle conversazioni rubate agli avventori del bar: un accento diverso dal mio, ma poco albanese e molto siciliano. Infine la chiesa, con le sue tante icone luccicanti d’oro e le parole greche del rito. Con il suo silenzio, in una domenica mattina di sole, il paese mi regala una sensazione di pace che mi rimane dentro al momento di risalire in sella. Indosso il casco, sollevo dal cavalletto i 128 kg (col pieno di benzina) della CB 125 F che oggi è la mia compagna d’esplorazioni verso Palazzo Adriano. Esco da Contessa seguendo le indicazioni per Bisacquino.

Guido su strade che valorizzano l’idea del mini touring, perfetto per questi tortuosi tragitti.

Per giungere alla mia destinazione, che è Palazzo Adriano, devo percorrere circa 28 chilometri su provinciali e statali. Per avere un’idea della qualità delle strade, dico solo che Google Maps dà un tempo di percorrenza di 47 minuti. Ci dev’essere qualche differenza con le autobahn tedesche, ad occhio e croce…

palazzo adriano
I rami spogli dicono che è inverno.

Google sfiora l’onniscienza, ma ignora cosa sto guidando, se la Tracer 900 GT o la CB 125 F, per cui i 28 km in 47 minuti sono una stima valida per qualunque veicolo. Ed è qui che emergono insieme la bellezza ed il senso del downsizing! Il mini touring trasforma quel percorso tormentato in una gioia. Con la Tracer sarei stato teso come una corda di violino, per vedere in anticipo le buche, le frane, i tratti d’asfalto mancante. Ai sessanta all’ora, l’andatura naturale della CB, mi godo invece un paesaggio fantastico, affronto senza patemi d’animo i tratti di fettucciato da prova speciale di enduro, che i cartelli segnalano banalmente come “strada dissestata”. Aggirato il centro abitato di Bisacquino, mi immetto sulla SS188 in direzione di Palazzo Adriano.

In perfetto assetto mini touring, godo della guida lenta e di stupendi scorci di paesaggio d’alta collina.

Percorro questa seconda metà del tragitto incamerando benessere. Le curve strette si susseguono ed ognuna apre una veduta verso colline che diventano montagne. Sulle quali il verde tenero del frumento si alterna a quello più scuro della macchia mediterranea. A tratti, i rami spogli degli alberi si stagliano sul turchese di un cielo senza nuvole. In sella ad una 125 low cost, anticipare l’ora d’arrivo rispetto al pronostico di Google è una soddisfazione aggiuntiva. Mi avvicino al paese dal basso, supero le prime case ed entro trionfalmente (è una sensazione personalissima, in effetti non mi nota nessuno) nella piazza principale. L’impulso è di smontare di sella ed urlare “la piazza è mia!!!”. Proprio come il pazzo del paese in “Nuovo Cinema Paradiso”, che valse il premio Oscar a Tornatore nel 1990, oltre ad una pletora di altri riconoscimenti, fra cui il Golden Globe. Vorrei farlo perché quella è proprio la piazza del film. Ma oggi non è il caso, perché in quella scena era pressoché vuota, mentre oggi accoglie una quantità di camper che mi fa pensare che a Piana degli Albanesi forse non ci sarebbe stata la folla che temevo.

Essere profughi ma orgogliosi.

A Palazzo Adriano mi accoglie la piazza resa immortale dal film “Nuovo Cinema Paradiso”, con la sua fontana in mezzo e le chiese a delimitarla.

Parcheggio la moto davanti la chiesa greco-ortodossa di Maria SS. Assunta. Entro a dare un’occhiata e mi perdo nell’osservazione della ricca iconostasi. Aleggia una nota esotica ed esoterica, data dal rito in lingua greca. Il papàs che dà le spalle ai fedeli per non darle all’altare. Un mondo simile e diverso, affascinante. Ascolto per qualche minuto, poi torno all’esterno.

palazzo adriano
Il foglio della messa.

 

Mi crogiolo agli oltre 20 gradi di oggi. A febbraio. A 700 metri d’altitudine. Ultimamente la voce di Greta Thunberg si sente di meno, ma oggi il sole parla per lei. Però, come non posso far niente quando piove un mese di seguito, così non posso far niente quando l’inverno risulta non pervenuto. Rasserenato da questa inattaccabile costruzione logica, mi godo il tepore senza sensi di colpa. Al centro della piazza, la bella fontana del 1608 che sfrutta una delle numerose fonti che alimentano anche le tante fontanelle sparse per le vie del paese. Pallaci, per chiamarla col suo nome arbëreshë, è ricca non soltanto d’acqua, ma anche di storia, cultura e bellezza. La sua fondazione risale probabilmente all’XI secolo, ma la sua rinascita è analoga a quella di Contessa ed è dovuta all’insediamento dei profughi albanesi. Questi lasciarono la loro patria nel XV secolo, dopo la morte del loro eroe e difensore della cristianità contro gli Ottomani: Giorgio Castriota, detto Skanderbeg.

Lapide nella chiesa madre di rito greco.

Come in ogni paese legato alle origini albanesi, c’è una via dedicata a Skanderbeg e si vede l’aquila bicipite che fu il suo vessillo.

Mi incammino per la via a lui intitolata, verso la cosiddetta “Prima cittadella”, cioè il nucleo originario della rifondazione operata dagli albanesi che si stabilirono qui. Mi accomodo su una panchina in legno, sotto il piccolo arco da cui si dice che i profughi entrarono per la prima volta in paese. Di fronte a me, un’edicola con il quadro della Madonna dell’Entrata, detta anche “Odigitria” dalla parola bizantina che significa “colei che guida” oppure “colei che indica”. È un angolo di pace assoluta in un contesto già rilassante. A pochi passi, l’ennesima fontanella il cui suono starebbe bene in un giardino Zen.

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Una delle tante fontanelle.

Torno verso la piazza sulla stessa via Skanderbeg, via che non manca in nessuno dei paesi con impronta albanese. Allo stesso modo in cui, in tutti i paesi d’Italia, non manca la via Francesco Crispi. Palazzo Adriano non fa eccezione, ma con una peculiarità che la rende via Crispi unica: percorrendola si passa davanti alla casa d’infanzia…dello stesso Crispi. Nato a Ribera, ma la cui famiglia era proprio di qui. Una lapide sulla facciata, con una certa discrezione, mi dice che qui il futuro statista “temprò l’adolescenza”. Io ho meno tempo e, soprattutto, non ho più l’adolescenza da temprare. Purtroppo, aggiungo.

Skanderbeg è ovunque.

Scene di “Nuovo Cinema Paradiso” vengono in mente ad ogni angolo. Tanto vale andare a visitare il museo dedicato al film.

Torno verso la piazza – che è davvero il centro di gravità del paese – e poi mi dirigo verso la chiesa del Carmelo. Famosa non tanto per essere di rito latino, quanto per essersi trasformata, in occasione delle riprese, nell’interno del cinema al centro della storia. A questo punto, visto che trovo riferimenti a questo meraviglioso film ad ogni pie’ sospinto, tanto vale che vada a visitare il piccolo museo ad esso dedicato. Si trova a pochi metri…dalla moto, sulla piazza principale. L’impiegata che lo apre si occupa anche dell’ufficio turistico e di chissà cos’altro. In questa domenica monopolizzata dai camperisti è oberata di richieste ma, è bello poterlo dire, gentile come se non lo fosse. Il museo consta di sole due stanze, in cui sono raccolti cimeli del film.

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Cimeli nel museo di Nuovo Cinema Paradiso.

Per esempio la bicicletta di Alfredo, impersonato dal bravissimo Philippe Noiret. E foto di scena in cui c’è Salvatore, il bambino impersonato da Totò Cascio. E quadri, ed altri oggetti che diventano interruttori per accendere il ricordo di un’opera commovente, prima che di successo. Mi lascio trasportare dalla memoria a quel periodo in cui gli anni ’80 diventavano ’90 e, nel mio paese, la piazza era mia perché era lì che ci s’incontrava con gli amici. Era il momento social della giornata, assolutamente non virtual. Non c’è comunque motivo di dare spazio alla nostalgia! La vita è bella, tanto per restare nel campo cinematografico. Per me, però, è tempo di rientrare a casa. Sono quasi 100 km. Non so cosa ne pensi Google, ma so bene che in sella alla CB ci metterò almeno un paio d’ore…

 

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