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Incontro con Luca Iotti. ESSERE BIKER – NON SOLO DESERTO E PIEGHE

Luca Iotti è fondatore e presidente di Bambini nel Deserto un’organizzazione umanitaria che da diciotto anni lavora nell’Africa Sahariana e Subsahariana in tutti i settori della cooperazione internazionale e nelle emergenze umanitarie con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei bambini e delle loro comunità di appartenenza.

Luca Iotti
Gruppo di studenti di Garage Italia

Bambini nel Deserto è impegnata, anche e soprattutto, nella realizzazione di progetti che, grazie a microcredito, formazione professionale e creazione di imprese in loco, possano offrire una strategia alternativa a una scelta migratoria proprio nei luoghi dove l’emigrazione prende vita.
Scopriamo che Luca Iotti è stato ed è un motociclista di “lunga pezza” e, condividendo la comune passione, abbiamo deciso di chiedergli un’intervista dove si parlerà di moto, di passioni, di vocazioni e, più in generale, di un modo di affrontare la vita coraggioso, vulcanico e a tratti “visionario” così come potevano essere considerate visionarie le opinioni di molti uomini che, però, hanno profondamente inciso sui mutamenti del nostro “comune sentire”.

Luca Iotti
Il pozzo di Banani in Mali

1) Luca Iotti, innanzitutto la ringraziamo per averci concesso questa intervista e le chiediamo come è nata la sua passione per le due ruote e se ancora la coltiva?
La mia passione per la moto è nata contestualmente a quella per l’Africa tanti anni fa. Avevo poco più di 13 anni quando un amico mi mostrò l’immagine su una rivista di un gruppo di motociclisti all’ombra di un albero in mezzo al deserto del Sahara; era la Paris Dakar e fu per me una sorta di “illuminazione”. A 16 anni comprai la mia prima moto (un Cagiva 125 da “enduro”) e, l’anno dopo, nel 1984, partecipai alla mia prima gara nel neo-nato campionato motorally dove ho militato – senza mai brillare eccessivamente – fino al 1998.

Luca Iotti

2) Luca Iotti, motociclista per passione dunque. Operatore umanitario per vocazione. Ritiene che la sua passione e la sua vocazione si siano influenzate a vicenda ?
Assolutamente si. Era il luglio 1996 quando, dopo aver raggiunto la punta estrema della Tunisia – Bordj el Khadra – su una Honda XL600R dotata di serbatoio maggiorato, mi persi nel bel mezzo del nulla mentre tentavo di attraversare il lago salato Chott el Djerid da Al Fawwar verso Nefta. A metà pomeriggio avevo finito l’acqua di scorta perché, a causa delle vibrazioni, il telaietto su cui era fissata una tanichetta da 3 litri l’aveva sfondata. Quando era ormai buio vidi, all’orizzonte, una luce verso la quale mi diressi per chiedere acqua ed informazioni sulla mia meta; il palmeto di Nefta.
Era un piccolissimo accampamento di nomadi composto da due tende. Chiesi, a gesti, “acqua” e “piste pour Nefta ou Tozeur”. L’acqua mi venne subito servita da una tanica gialla, aveva un leggero retrogusto di gasolio ma era comunque buonissima. Per quanto riguarda la pista da percorrere mi dissero “La” che in arabo non significa da quella parte ma bensì “No”. Non era consigliabile rimettermi in marcia con il buio.
Trascorsi la notte ospite di questi nomadi che, nel più genuino stile di chi abita nel deserto, mi dissetarono e sfamarono trattandomi al meglio delle loro possibilità. Il giorno dopo, dopo aver consumato una colazione a base di latte di capra appena munto e datteri, mi indicarono la pista per raggiungere la “civiltà”.
Quella volta mi resi conto che, dove io andavo da anni con gli amici a divertirmi, viveva gente in condizioni più che precarie nonché bambini ai quali non sembrava che la vita riservasse un futuro diverso e che si avvicinavano alla mia moto con una sorta di desiderio di comunicazione. Quell’esperienza mi segnò profondamente e posso dire che fu la base del ragionamento che mi portò, nel 2000, a “creare” Bambini nel Deserto.

3) Le faccio una domanda che può sembrare banale. Lei ha detto che, mentre era in Africa in moto, vedeva avvicinarsi questi bambini e da lì la nascita della sua “idea”. Ritiene che se, anziché cavalcare una moto, fosse andato a visitare quei luoghi con un viaggio organizzato o con un fuoristrada avrebbe maturato gli stessi intendimenti ? La moto è, a suo avviso, “complice” delle sue decisioni o è, più semplicemente, un qualsiasi mezzo di trasporto utilizzato nei suoi viaggi che nessuna importanza ha assunto nelle sue scelte e determinazioni ?
Sono di parte, lo ammetto, ma credo che la moto sia il mezzo migliore per poter entrare in reale contatto con ciò che ci sta intorno rispetto a ogni altro veicolo. Si tratta di immergersi nel mondo circostante invece di vederlo attraverso un monitor che è rappresentato dal parabrezza di un auto. Aggiungo che, di certo, nel mio specifico caso, se non ci fosse stata la moto oggi non ci sarebbe Bambini nel Deserto e, con essa, tutti i progetti realizzati. Un viaggio organizzato può di per se offrire spunti interessanti a chi è particolarmente curioso anche se credo che viaggiare in autonomia, magari come è capitato a me ovvero “in solitaria” e “in moto”, ti costringe a entrare in contatto con ciò che ti sta intorno e ad interagire con gli abitanti del luogo visitato.

4) Le sarei grato se ci parlasse di Garage Italia, della sua nascita, delle sue difficoltà e delle sue aspettative.
Garage Italia nasce a Ouagadougou in Burkina Faso dopo un lungo periodo di “gestazione” e una profonda raccolta di informazioni. L’idea è nata intervistando gli ospiti degli orfanotrofi in procinto di uscire dalla struttura poiché, in Burkina Faso, la legge non consente di ospitare negli orfanotrofi chi ha compiuto il sedicesimo anno di età, ragazzi che finiscono, per tale via, ad ingrossare le fila dei “bambini di strada”.
A partire dal 2014 abbiamo, dunque, aperto una scuola professionale per ragazzi vulnerabili (orfani, ragazzi di strada, ecc.) che hanno espresso di desiderio di diventare meccanici di motociclette; uno dei mestieri più ambiti, oltre che necessari, in buona parte dell’Africa.
A oggi, alla conclusione del 4° corso, possiamo confermare la validità di questo progetto attraverso i risultati conseguiti che vedono il 70% dei ragazzi, che hanno completato la formazione, assunti presso un’officina nella città di Ouagadougou. A Garage Italia, oltre che di meccanica, vendono impartiti ai beneficiari corsi di alfabetizzazione (francese) e di informatica di base. Grazie a questa formazione i ragazzi che escono dal progetto sono in grado di produrre un preventivo, gestire la cassa e il magazzino utilizzando Excel e Word.

Luca Iotti
Garage Italia

5) Cosa servirebbe al momento a Garage Italia per poter decollare ?
Il progetto funziona bene ma potrebbe funzionare meglio se spostassimo l’attuale struttura in prossimità della strada asfaltata. Essere collocati su una strada asfaltata, rispetto alla localizzazione attuale, permetterebbe all’iniziativa una maggiore visibilità e, per tale via, un maggior numero di mezzi da riparare con le positive ricadute in termini di cash-flow e competenze tecniche. Purtroppo, non è facile trovare uno spazio adatto a prezzi sostenibili poiché, in Burkina Faso, una struttura collocata su una delle poche strade asfaltate può arrivare a costare il triplo o addirittura il quadruplo rispetto a uno spazio omologo allocato in una via secondaria.

6) Ritiene che l’esperienza di Garage Italia sia da considerare unica o ripetibile in altri luoghi ?
Assolutamente ripetibile e così già è stato e sarà. La Fondazione Motul Corazon, uno dei maggiori finanziatori del progetto Garage Italia di Ouagadougou, ha sostenuto l’avvio di un progetto identico al nostro nella capitale dell’Argentina e, più precisamente, nel quartiere Boca affidandolo a un’associazione benefica locale. Altre idee ed altri progetti sono in avanzata fase di realizzazione.

7) Qualche numero. In quanti Stati operate ? Quanti progetti avete realizzato ? Quanti in cantiere?
Complessivamente in questi anni abbiamo realizzato oltre 450 progetti in 12 paesi (Marocco, Mauritania, Senegal, Mali, Burkina Faso, Ghana, Togo, Benin, Mali, Niger, Ciad e Somaliland) oltre all’Italia dove, da due anni, abbiamo avviato dei percorsi di formazione professionale aperti a italiani e stranieri in difficoltà socio economica, una serie di progetti che hanno evidenziato che l’inclusione sociale passa necessariamente dalla formazione e, successivamente, dal lavoro sul campo. Attualmente siamo attivi con progetti di diversa natura in Mauritania, Senegal, Burkina Faso, Mali e Somaliland.

8) Chi devi ringraziare?
La cicogna che nel 1966 è atterrata in Italia invece che depositarmi in Africa dove l’aspettativa di vita media non va oltre i 50 anni.
9) Come vedi Bambini nel Deserto tra 10 anni?
Ancora in piena attività perchè, purtroppo, lavoriamo in un settore in cui questo non verrà mai meno.
10) Come vedi te stesso tra 10 anni?
Con qualche capello in meno, qualche kilo in più ma ancora a fare quello che, secondo me, è il lavoro più bello e utile che ci sia… inchallah!

Ringraziamo Luca Iotti per l’intervista che ci ha concesso sempre più convinti che questo nostro mondo non è fatto solo di cavalli, “pieghe”, risvoltini, velocità ed autovelox ma anche (e soprattutto) di piena condivisione umana.

Be biker – be proud !

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