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Dr. Jekyll o Mr. Hyde? Quale motociclista siete?

Dr. Jekyll

I motociclisti hanno diverse anime. C’è chi cerca l’aggregazione, chi l’isolamento. Chi si cura degli altri e chi invece no. E anche in un semplice giro con gli amici ci si esprime in modi diversi a seconda delle circostanze  come se in noi albergassero Dr. Jekyll e Mr. Hyde.

Dr. Jekyll
Riscaldati dalla passione comune.

Quante anime abbiamo noi motociclisti? A voler portare a termine un’indagine completa, ci sarebbe da elencarne troppe, tante quante sono le persone… Anzi certamente di più, visto che all’interno di ciascuno di noi spesso convivono tendenze opposte. Tipo Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Anche soltanto nella mia cerchia di conoscenze, le tipologie sono incredibilmente numerose. Ecco qualche sintetico esempio, fornito dall’osservazione di meravigliosi compagni di “vagabondaggio”.

Io e due palme

C’è chi guida la potentissima maxienduro, equipaggiata con set completo di borse piene di doni per gli amici, come ad esempio bottiglie di vino e mozzarelle di bufala con relativo liquido di governo. Il mototrasportatore in questione si dice poco soddisfatto dalla moto perché, in questa configurazione, oscilla oltre i 230 all’ora… Certo, sulle autostrade tedesche, sulla pista dell’aeroporto, nel deserto di Atacama. Insomma, dov’è consentito. Poi però è capace di fare con me, senza perdere il sorriso, 500 chilometri a cento all’ora perché quella era la mia andatura standard con la CB 500 X.

Dr. Jekyll
In Gruppo si va all’andatura del più lento.

C’è chi sta male quando guida su una strada troppo “bella”.

C’è chi, se l’asfalto è perfetto e con belle curve a vista, non è soddisfatto. Così, per nutrire la brama di sorprese, al primo bivio disponibile, sceglie la prima traversa che, ai miei occhi, sembra essere indicata da un cartello che reca incise le parole “Lasciate ogni speranza voi che entrate”. Che non è proprio il migliore dei presagi. Un episodio illuminante: anni fa, vagando sui Nebrodi, abbiamo preso una strada (uso questo termine nel senso di linea congiungente due posti nel modo meno logico e confortevole possibile) provinciale interessante. Iniziava con un tratto di una decina di metri d’asfalto ingannatore, con un paio di buche seminate ad arte. Perché se fosse stata senza buche mi avrebbe insospettito troppo.

C’è chi cerca sempre l’isolamento.

La finzione reggeva poco perché, dopo la prima curva, l’asfalto finiva. Apparentemente per qualche metro, in realtà per non farsi vedere mai più. Abbiamo percorso pendenze improbabili su sterrati degni di una prova in linea del mondiale enduro e tratti di bosco reduci da un incendio di proporzioni epiche avvenuto poco prima. Abbiamo incrociato greggi di pecore stupite (non è che belavano, è che proprio ci chiedevano: “Beh?”). Il paradosso è che ad ogni chilometro, c’era il regolamentare cartello metallico, paradossalmente in ottime condizioni, che confermava che quella era la provinciale e non una speciale della Dakar. Alla fine, siamo arrivati su un’altra strada asfaltata. Entrambi felici. Io perché sarei tornato verso casa su strada (stavolta nel senso classico di nastro asfaltato decentemente), a costo di fare tutto il giro della Sicilia pur di non rimettere le ruote in quel disastro. Lui perché ce le avevamo messe.

Siamo diversi sia nelle preferenze di guida che nel modo di rapportarci agli altri motociclisti.

Insomma, siamo tutti meravigliosamente diversi. Ma riguardo alla socialità, come ci poniamo? Tendiamo ad isolarci o ad aggregarci? Per dare un esempio di quante contraddizioni arricchiscono la nostra passione, racconto il mio modo d’approcciare il dilemma. Sono uno dei fondatori di una piccola associazione mototuristica, quindi mi capita occasionalmente di guidare gruppi. Mediamente di 15 o 20 moto. In un’occasione, addirittura di una cinquantina, un serpentone che si snodava gioiosamente su tre chilometri di statale tortuosa.

Lo faccio con piacere, mi piace condividere questa gioia con gli amici, indicare uno scorcio di paesaggio particolarmente bello, segnalare le insidie dell’asfalto a chi sta dietro, assicurarmi che non ci siano intoppi. Nelle soste, parlare di moto, confrontare le esperienze, ridere insieme, ascoltare storie e raccontarne. Ho ricordi davvero divertenti di raduni molto partecipati, in cui la parte fondamentale non era certo la qualità del cibo o la comodità del pernottamento. Era proprio godere dell’aggregazione e della socialità.

Io mi sento una sorta di motomisantropo. E in me ci sono sicuramente Dr. Jekyll e Mr. Hyde.

In realtà, sono qualcosa di simile ad un motomisantropo. Esco quasi sempre da solo, in inverno mi dirigo verso il mare e in estate prediligo strade che si dipanano nell’interno della Sicilia, così deserte e torride che anche i pochi cani randagi mi guardano con una punta di sospetto. E’ vero che cerco sulla stampa e su internet l’elenco delle sagre, ma col dichiarato fine di passarci il più lontano possibile. Un periodo prolungato di psicanalisi mi ha rassicurato sul fatto di non avere una doppia personalità. Perlomeno, non così doppia…per cui mi chiedo: chi sono dal punto di vista motociclistico?

Il Dr. Jekyll che saluta i motociclisti che incontra, si ferma a chiacchierare con tutti i compagni di passione, racconta dove ha messo le ruote nei tanti anni di guida e ascolta dove gli altri hanno messo le proprie? Oppure un Mr. Hyde che cerca la solitudine, forse per esorcizzarla ma forse per nutrirsene? Che va a cercare i tramonti e non li divide con nessuno? Che fa la sua andatura senza doverne rendere conto ad altri? Senza guardare continuamente gli specchietti per vedere se il gruppo è unito? Mi interrogo ma non ho risposte definitive, lo confesso. Continuo ad ospitare le due anime opposte, insieme a chissà quante altre. E voi, che anima avete?

A volte si fugge in cerca di solitudine.

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