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CINQUANTINI… che fine hanno fatto gli adolescenti

CINQUANTINI

I ragazzi con i cinquantini nella visione di Francesco Menichelli,

avvocato e motociclista appassionato nonché “sociologo della moto” 

Come per tutti quelli che sono stati adolescenti negli anni ’70 e ’80, il “motorino” è stato una tappa fondamentale della mia gioventù. A 14 anni tutti ne avevano uno, ragazzi e ragazze. Davanti ai licei e nei punti di ritrovo frequentati da teenager si poteva assistere allo spettacolo di distese interminabili di ciclomotori, Vespe e moto.

Il motorino a 14 anni era mobilità e quindi libertà, emancipazione, crescita; il motorino era il simbolo stesso del passaggio dall’infanzia all’età “adulta”.

Per questo mi sono sempre domandato perché sotto al mio studio, situato di fronte al Liceo Classico della mia città, i principali competitor nella ricerca di un parcheggio per il mio scooter fossero solo un paio di colleghi, il salumiere e il barista e non un orda di studenti e studentesse su due ruote. Stesso discorso in giro per la città: ragazzini in motorino se ne vedono pochi e di rado.
Possibile, mi chiedevo, che i ragazzi non sentano più l’esigenza di saltare in sella e cominciare ad esplorare il mondo, liberi di andare dove vogliono e quando vogliono? E ancora: è possibile che noi genitori siamo diventati tutti così straordinariamente protettivi e preoccupati da imporre un generale veto sui mezzi a due ruote, dopo tutto quello che hanno rappresentato per noi?

Rifiutando sia l’idea di nuove generazioni spente e sedentarie, che quella di vecchie generazioni paralizzate dalla paura, mi ero dato un’altra spiegazione. In fondo, noi utilizzavamo principalmente i motorini per stare in contatto con i nostri amici; ritrovarsi dopo la scuola, stare insieme, condividere, vedersi. Tutte funzioni oggi comodamente svolte dallo smartphone, che tiene in contatto costante, ininterrotto (ed ininterrompibile!), le nuove generazioni. Parlarsi, scriversi, vedersi, corteggiarsi, studiare, confrontarsi: tutta roba che si fa col telefono in tempo reale e che non ti fa stare mai da solo. E poi, se serve, il genitore “tassista” è sempre pronto e ben felice di portare i figli dove serve, cogliendo così anche l’occasione di dare una fugace controllata a luoghi e frequentazioni del pargolo.

Il vantaggio di avere un figlio adolescente, però, si concretizza in una visuale più ampia e profonda sul mondo dei giovani; ed è stato così che sono venuto a conoscenza di una realtà sotterranea, o quanto meno poco visibile dall’esterno, fatta di ragazzi “vecchio stile”, tutti moto, passione e garage. E raduni! Incuriosito, approfondisco la ricerca e prendo contatti con il figlio di un mio vecchio amico di scorribande motociclistiche giovanili, il quale mi comunica un posto ed un orario. E così, in un sabato pomeriggio di fine estate, prendo la moto e faccio rotta verso una zona commerciale periferica, semi deserta, piena di lunghissimi viali. Vedo in lontananza un piccolo assembramento di mezzi a due ruote e lentamente mi avvicino.

Il mio KTM 990 ovviamente attira sguardi sospettosi; cerco di individuare il mio contatto, uno degli organizzatori, ma di “Cavaboss” non scorgo traccia. Mi si fa però incontro Alessio, che dall’atteggiamento sembra un po’ l’MC dell’evento. Conosce tutti ed ogni mezzo presente ed ha una battuta per ognuno dei partecipanti mentre mi si fa incontro sicuro di se. Sapeva del mio arrivo, mi accoglie e mi dice che gli altri stanno arrivando. Già ci sono una ventina di cinquantini ordinatamente parcheggiati ai lati del viale. La stragrande maggioranza è composta da enduro e motard, poi qualche 125 della stessa tipologia ed infine scooter, ma sono la minoranza. Nell’attesa vedo arrivare anche qualche auto e un paio di microcar.
Alla fine arriva il “Boss”, con la ragazza sul sellino posteriore. Si ferma, mi saluta, fa scendere la passeggera e mi dice che a breve faremo due chiacchiere. Non ho il tempo di replicare che è già sul viale, a fare wheeling con gli altri. Stanno su una ruota, tutti, e per tutto il tempo che decidono loro. Sono impressionato, e pure un po’ invidioso perché non sono mai stato molto bravo in quella particolare evoluzione. Controllo la strada, ed in effetti è deserta. Non porta da nessuna parte e quindi non passano auto. La cosa mi tranquillizza perché i ragazzi in effetti non corrono grossi rischi. Ad un tratto però succede qualcosa: senza un particolare segnale, tutti salgono in sella velocemente e si allontanano. Si limitano a dirmi che sta arrivando la Polizia e mi comunicano un secondo punto di ritrovo.

Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza richiede, per l’organizzazione di un raduno su strada pubblica, una preventiva comunicazione alla Questura. E’ evidente che ragazzi di 15 o 16 anni siano poco avvezzi al disbrigo di pratiche burocratiche; l’evento viene organizzato via whatsapp e con una pagina Facebook su invito. Come altrettanto evidente è che non tutti i mezzi presenti siano perfettamente in regola; per questo l’arrivo delle Forze dell’ordine è visto come un problema che è meglio evitare. Con maggiore calma rispetto agli altri, mi rivesto e parto anche io, ma già alla seconda rotonda vedo i ragazzi tornare indietro. Falso allarme. Tornando nel piazzale mi accorgo che il numero di partecipanti è aumentato, molto. Ci saranno oltre una quarantina di moto, più tutto il resto. Vedo Giacomo, un altro degli organizzatori e gli chiedo di raggruppare i partecipanti per fare, tutti insieme, quella chiacchierata/intervista per cui ero lì.

Voglio conoscerli e sapere della loro passione: come la vivono quotidianamente, come evolverà e soprattutto capire perchè negli anni il numero di quattordicenni in cinquantino sia calato così drasticamente. La prima cosa che mi colpisce sono i loro sguardi: vivaci, attenti, curiosi, e…educatamente insofferenti. E’ evidente che sto sottraendo loro tempo importante. Sono lì per le moto, non per le interviste, quindi decido di sbrigarmi facendo domande collettive. La cosa mi emoziona: li guardo come si guarda un gruppo di dodo.

Pensavo fossero estinti e invece sono lì, in tanti. E mi pare un tuffo nel passato. La maggior parte frequenta istituti tecnici, alcuni lavorano come apprendisti da meccanici della zona. Un ragazzo, un po’ sconfortato, mi dice di frequentare il Liceo Scientifico e che lì la moto la hanno solo in 3! Scopro che qualcuno viene dai paesi limitrofi. La butto lì, diretta: “Siete una minoranza? E quanto minoranza?” Mi dicono che si, lo sono. Ma che in realtà sono molti di più di quanto sembra. La loro passione per i motori li fa stare insieme, in gruppo. Eventi come quello vengono organizzati normalmente ogni due o tre mesi. Ma nel frattempo si frequentano con regolarità. I garage sono i loro punti di incontro. Si confrontano, lavorano sui mezzi, montano, smontano, migliorano, sperimentano, in pratica la normale vita del motociclista. Questa considerazione mi porta a chiedergli se hanno voluto il motorino per muoversi, essere liberi ed indipendenti, o per quale altro motivo. Prende la parola Cavaboss, che laconicamente, in due parole, mi fa capire molto di quel mondo: “per spostarsi ci sono i bus”! “O i genitori”, aggiunge qualcuno.

Chiedo allora se i loro genitori vanno in moto, ma a parte un paio, il resto dei partecipanti dice di no. Domando se quando avranno 18 anni abbandoneranno la moto per la macchina: la risposta è un coro abbastanza indignato: mai! Anzi, un ragazzo tiene a precisare che lui la macchina ce l’ha già, ma è lì in moto e continuerà ad andarci sempre.

Delineo velocemente il quadro: questi ragazzi sono motociclisti… Veri e di prima generazione. La passione non gli è stata trasmessa dalla famiglia e non è nata per ragioni “pratiche”. Vanno in moto perchè gli piace la moto, con tutto quello che ne consegue. Non si limitano a guidarle, ma gli piace anche lavorarci, modificarle, capirne il funzionamento, confrontarsi tra loro, viverle. Mi dicono che no, le vacanze in moto non le fanno: non li lasciano andare da soli e con i cinquantini non si riesce ad andare lontano, ma viaggiano, esplorano, anche se solo per un pomeriggio.

La loro passione è profonda. Mi dicono che comprano le riviste del settore ogni mese (stranamente consultano poco quelle on line); seguono il motorsport in tv e non si limitano alla sola MotoGp: il cross e gli altri campionati sono altrettanto graditi. Noto con piacere che tutti hanno il casco, ovviamente da cross, e vedo pochissimi jet. Domando se qualcuno è mai caduto in moto e la risposta è una selva di mani alzate. Chiedo allora se indossano anche paraschiena o altre protezioni, ma ricevo in cambio una serie di sorrisi imbarazzati e teste ciondolanti. Penso che molto ci sarebbe da fare sul versante della sicurezza per loro: istruirli, informarli, educarli. Visto che questa funzione non può essere svolta dalla scuola, immagino che tocchi a noi “vecchi”.
Beh, ragazzi, se state leggendo questo articolo, date un’occhiata anche a questo: Motopirla: 8 cose da non fare quando vai in moto E’ importante.

Li ringrazio e li saluto, penso di averli disturbati abbastanza. Ma loro ricambiano sorridenti e complici; pare che non li abbia annoiati più di tanto. Risalgo in moto e sulla via di casa ripenso all’incontro, tiro le conclusioni: in fondo, se ripenso ai miei amici del liceo, tutti motorizzati al tempo, sono l’unico che è rimasto motociclista. Le cose da allora non sono cambiate poi molto. Soltanto che a comprare i cinquantini sono rimasti solo quelli che continueranno ad andare in moto. A fronte di una massa che non compra più il motorino, paga del contatto social, o soddisfatta del servizio taxi casalingo, è rimasta una fronda di appassionati veri e convinti, che va in moto oggi e continuerà a farlo domani. Se le cose stanno davvero così, il mercato dei cinquantini non risorgerà più, ma quello delle moto vere, o meglio, grandi, continuerà per la sua strada, crisi occupazionale permettendo.

Non sono scomparsi i giovani centauri, sono solo scomparsi quelli che avevano il motorino e lo consideravano solo un mezzo di locomozione, senza alcuna passione.
Ma i motociclisti, quelli con M maiuscola … ci sono ancora.

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